venerdì 20 dicembre 2013

Il campione di tutti: Roberto Baggio!


“Il Bello è un grande, anche se non è mai arrivato a sviluppare del tutto le sue potenzialità”. Il “ bello” in questione è Roberto Baggio, chi ha pronunciato questa frase è Diego Maradona, uno che di bravi giocatori se ne intende eccome.
Roberto Baggio nasce a Caldogno, piccolo borgo in provincia di Vicenza, il 18 febbraio 1967 e nella sua carriera calcistica indossa le casacche delle più importanti squadre d’Italia: parte dal Vicenza, poi Fiorentina, Juventus, Milan, Bologna, Inter e Brescia. Con la maglietta della nazionale conta 57 presenze e 26 goal, è l’unico calciatore italiano ad aver segnato in 3 edizioni diverse del campionato del mondo (Italia 90, Usa 94 e Francia 98). Nel 1993 vince pallone d’oro e il  Fifa world player ed è stato il quinto calciatore italiano ad aver vinto due scudetti consecutivi con due differenti squadre in Italia.
A detta di molti è il più grande calciatore italiano degli ultimi trenta anni, ma è stato soprattutto il calciatore più amato, il calciatore che ha unito di più l’Italia. Quando si parlava della sua convocazione in nazionale, quando si trattava di difenderlo, in Italia scomparivano tutti i campanilismi, non si faceva più distinzione tra Interisti e Milanisti, tra Juventini e Fiorentini, tra Romani e Napoletani, tutti si univano sotto il segno del “ Divin Codino”. Eppure c’ è stato qualcuno che l’ ha odiato, quel Marcello Lippi che alla Juve gli preferì Del Piero e all’ Inter lo lasciava spesso in panchina, adducendo come giustificazione guai fisici di Baggio, che puntualmente polemizzava, smentendo il suo mister. Ma una sola persona non può intaccare l’amore calcistico di una nazione intera per il talento di Caldogno e di dimostrazioni emblematiche ce ne sono state tante.

La prima è stata sicuramente la mobilitazione dei tifosi della Fiorentina contro la sua cessione alla Juventus. Il ritiro pre-mondiale della nazionale italiana a Coverciano,venne invaso dai tifosi della Fiorentina e ci furono non pochi problemi di carattere logistico e di sicurezza.
L'addio alla maglia azzurra del Divin Codino!
Poi ci sono state le mobilitazioni popolari per la sua mancata convocazione agli europei del 1996, le mobilitazioni popolari per ottenere la sua convocazione agli europei del 2004 e alle olimpiadi dello stesso anno. Il 28 aprile 2004 a Genova gioca, a 37 anni, per l'ultima volta in Nazionale, grazie alla convocazione-tributo da parte del ct Trapattoni in occasione di una partita amichevole contro la Spagna (fino a quel momento soltanto Silvio Piola era stato celebrato in questo modo). La partita, terminata 1 a 1, è ricca di suoi numeri e l'affetto degli sportivi italiani è espresso da ovazioni continue ogni qualvolta tocca palla e da una standing ovation quando viene sostituito negli ultimi minuti da Fabrizio Miccoli. Emblematico è uno striscione esposto in gradinata sud per tutta la durata del match, “senza il codino mi rompo il belino”. Emblematica è anche la sua ultima partita in carriera, giocata in un San Siro gremito in ogni ordine di posto. E’ il 16 maggio 2004. E’ il giorno della festa scudetto del Milan, ma diventa subito la festa  di Baggio. Prima del match giocatori e arbitri si fanno fotografare con lui, tutto lo stadio esplode in un boato ogni volta che la palla è tra i suoi piedi, esce dopo aver provato a segnare il suo ultimo goal in serie A con quella che era la sua specialità, la punizione a giro dal vertice sinistro dell’area di rigore, Abbiati gli nega questa gioia. Ma la vera gioia gliela darà San Siro; mentre sta uscendo dal campo vede Paolo Maldini avvicinarsi e abbracciarlo, vede tutto lo stadio abbracciarlo idealmente, sente applausi scroscianti dalle tribune ed esce in lacrime.
Numero 10 e fascia di capitano. Brescia salvo, ultima impresa compiuta!
E’ stato davvero il più amato Baggio, l’uomo che ha fatto innamorare di se due generazioni, l’uomo che ha insegnato all’ Italia quali sono i veri valori che il calcio deve trasmettere. Ogni italiano è orgoglioso di essergli connazionale, di essere connazionale di un uomo che ha scritto la storia del calcio, di un grande uomo anche fuori dal campo. Basta dire che è stato insignito del World Peace Award 2010, premio che viene assegnato dai premi Nobel a chi si è distinto durante l’anno per l’ impegno nel sociale. Allora grazie Roby, grazie per ciò che ci hai dato, grazie per averci fatto sognare ed innamorare di Te e del Tuo calcio. Tutti noi ti abbiamo amato, nessuno è riuscito a rimuoverti dalla sua mente, perché i veri campioni sono gli uomini come te, che hanno il coraggio di calciare il rigore decisivo e di metterci la faccia quando lo sbagliano, come hai fatto tu. C’ è una frase che racchiude tutto te stesso e l’ ha pronunciata un altro argentino che di calcio ne capisce molto, Jorge Valdano.” Immagino la vulcanica testa di Roberto Baggio nel bel mezzo di una partita, bombardato da sensazioni, idee sfruttate o no, finte che nascondono le vere intenzioni... tutto in un'eccitazione che racchiude il piacere, l'orgoglio, la vanità. Come si può pensare a tutto ciò in pochi secondi... Come può questo caos mentale terminare in una giocata armonica... È sempre stato così quando il talento ha incontrato la libertà. [...] Un talento libero, delicato, preciso. Tutti corrono, mentre lui frena; tutti giocano a memoria, mentre lui crea; tutti sono stressati, mentre lui resta freddo. In un mondo di centrocampisti che non ragionano, Baggio è il simbolo del calcio che ci piace. “ Sei il simbolo del calcio che ci piace, Roby, quel calcio che nessuno di noi dimenticherà..
Il video dell'ultima partita in carriera di Roberto Baggio!

martedì 12 novembre 2013

Tra catastrofe e leggenda: Il grande Torino!

Bagicalupo-Ballarin-Maroso-Martelli-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola. Eccola, da recitare come una litania, impressa per sempre nella memoria degli appassionati di calcio; la formazione tipo del “ Grande Torino”. Una squadra bella e brava; amata e ammirata; ancora oggi rimpianta dagli amanti dello sport; che un destino troppo crudele ha spazzato via in un piovoso pomeriggio d’inizio maggio del 1949.
La formazione tipo del Grande Torino prima di una gara di campionato!
Francisco Ferreira era capitano del Benfica e del Portogallo.  Con Valentino Mazzola, capitano e simbolo del Grande Toro, si erano incontrati a Genova a fine febbraio come capitani delle rispettive nazionali. Il lusitano aveva confidato all’amico di volersi ritirare a fine anno e di voler festeggiare la sua carriera con un’ultima partita commemorativa. Mazzola è folgorato dall’iniziativa e promette all’amico di parlarne col presidente del Toro Ferruccio Novo; che acconsente, a patto che i giochi per lo scudetto siano già chiusi. Valentino confida la bella notizia all’amico. La partita viene fissata il 3 maggio, un martedì, al” National Stadium” di Lisbona; col ricavato che sarà devoluto interamente in beneficienza.
 Il sabato precedente il Toro affronta l’Inter: se non perde, ha le mani sullo scudetto. La partita è scialba, il Toro gioca per il pareggio e la partita finisce 0-0; Ferruccio Novo tiene fede al suo patto e comunica alla squadra che il giorno seguente si parte per Lisbona.
Il Torino parte quindi dall’Aeroporto di Milano per Lisbona sul trimotore Fiat G.212. Della rosa rimangono a casa solo il difensore Sauro Tomà, bloccato da un infortunio e il secondo portiere Grandolfi; dal momento che Aldo Ballarin aveva convinto l’allenatore, Lieve Levesley, a portare il fratello Dino, terzo portiere della squadra. Rimangono a casa anche il presidente Novo, per impegni di lavoro; Vittorio Pozzo, che pochi giorni prima aveva litigato con Novo stesso e Nando Martellini; che aveva in programma per quel giorno la cresima del figlio.
Il 3 maggio 1949, di fronte ad una folla di quarantamila persone, il grande Toro gioca la sua ultima partita; vincendo 4 a 3, con Mazzola sugli scudi; in una partita in cui le difese non esistono e l’unico compito dei giocatori era divertire divertendosi.
Le rovine del trimotore fiat che portava i campioni del Toro!
Alle 14:50 del 4 maggio l’I-ELCE decolla da Lisbona con destinazione Aeroporto di Torino. Dove quell’aereo non arriverà mai. Il tempo su Torino è pessimo; alle 16:55 l’Aeroporto di Torino comunica ai piloti la situazione meteorologica del capoluogo piemontese; pioggia, nubi basse e visibilità scarsa. L’ultima comunicazione del pilota si ha alle 16:59; tre minuti prima dello schianto: “Quota 2000 metri. QDM su pino, poi tagliamo su Superga.” Sono le ultime parole; alle 17:02 l’aereo si schianta contro un muro della basilica di Superga alla velocità di 180 km/h; muoiono tutti sul colpo; giocatori, dirigenti, allenatori, equipaggio e tre tra i migliori giornalisti italiani dell’epoca; Renato Casalbore, direttore e fondatore di “ Tuttosport”, Luigi Cavallero, inviato del “ la Stampa” e Renato Tosatti, inviato della “ Gazzetta del Popolo”. La macabra procedura dell’identificazione dei corpi tocca a Vittorio Pozzo, che quei giocatori li ha allenati  in Nazionale.
Nei giorni successivi viene proclamato il lutto nazionale e le bare sono esposte a Palazzo Madama; più di un milione di persone scendono in piazza. Non solo sportivi , non solo italiani; sono presenti le delegazioni di tutti i Paesi più importanti del mondo. Il presidente della Federcalcio, Ottorino Barassi, fa l’appello alla squadra come dovesse scendere in campo: Bagicalupo-Ballarin-Maroso……….
“Capitan Valentino, questa è la quinta coppa, la coppa del Torino, guarda com’è grande, contiene il cuore di tutto il mondo!” Queste le sue parole rivolte alla squadra nell’alzare il cielo il quinto scudetto assegnatole d’ufficio. Era il 6 maggio del 1949 e pioveva, ma la pioggia si confondeva con le lacrime di chi quella squadra l’aveva amata e ammirata.
L'ultimo saluto al "Grande Toro", in piazza Castello a Torino!


 Perché quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di Torino di vivere, di tornare bella e forte; perchè i giocatori del Torino non erano solo dei professionisti o dei divi, erano degli amici!  Degli amici perché, dopo gli anni bui della guerra erano stati, insieme a Coppi e Bartali, i simboli della rinascita italiana nel campo sportivo, perché la gente con le loro imprese e il loro bel gioco ritornava a sognare, perché nessuna squadra vedrà i propri tifosi salire ogni 4 maggio in cima alla collina di Superga per ricordarli ed onorarli; perché nessuna squadra vedrà quindici stati intitolati ai propri giocatori. Ma gli eroi sono immortali negli occhi di chi in essi crede, così il mondo crederà che i ragazzi siano ancora in trasferta; pronti a tornare e a far sognare tutti un'altra volta!

giovedì 7 novembre 2013

George Best. Tra genio e sregolatezza!

                                                                       
“ Matt, penso di aver trovato un genio”. Bob Bishop, osservatore del Manchester United descrive così George Best a Matt Busby, storico manager dei Red Devils.  Bob ci aveva visto giusto, Best era davvero un genio, in campo faceva impazzire tutti, segnava goal impossibili, faceva dribbling impensabili. Il suo guaio era l’essere  fedele al luogo comune del “ genio e sregolatezza”; fuori dal campo era davvero ingestibile.
Prima di parlare delle sue imprese all’ Old Trafford, è giusto soffermarsi su cosa sia stato Best per la sua generazione; per la generazione del ’68, la generazione rivoluzionaria per antonomasia. Cognome da predestinato, sguardo fiero,  capelli lunghi, barba incolta; nell’Inghilterra puritana diventa immediatamente il simbolo dell’anticonformismo. Quell’anticonformismo che lo contraddistingue anche sul terreno di gioco. Best non è solo il fuoriclasse della squadra, non è solo l’uomo dei dribbling ubriacanti e dei goal impossibili; è anche il gregario della squadra; mai una gamba tolta in un contrasto, tanta corsa e sacrificio; due giocatori in uno, cosa volere di più?
Capelli lunghi,barba incolta, sguardo fiero. George (was the) Best!
La sua carriera inizia presto, a 16 anni, esordio in campionato contro il West Bromwich Albion, e si chiude a  soli 31 anni; anche se dai 27 anni in poi George Best non sarà più quello di prima; colpa della sua vita sregolata. Come canta Vasco Rossi; “ una vita spericolata”.  In pochi anni, Best diventa una vera e propria leggenda in terra d’Albione, alla stregua di Cassius Clay nella boxe. Questa fama gli dà alla testa, inizia ad assumere atteggiamenti da star e piano piano cade nella spirale dell’alcool.  Si narra che ogni sera lo si poteva trovare in qualche pub della città con una pinta in mano, le braccia a cingere la vita di belle donne e le chiavi di un auto di lusso in tasca. Viene soprannominato il “ quinto Beatle”; sia per il fascino che per la fama; in breve tempo Best inizia ad anteporre la “ bella vita” alla vita da professionista e in campo se ne vedono i risultati; le magie che avevano incantato tutta Europa scompaiono; il bel ragazzo che faceva ammattire tutti i difensori lascia il posto ad un uomo alle prese con una dipendenza totale dall’alcool. La carriera di Best finisce. Col tempo il suo fegato non regge più e Best viene sempre più spesso ricoverato; fino al 2002, quando il fegato gli viene trapiantato, tra mille polemiche. Se i suoi ammiratori avevano cantato vittoria, una fetta del Paese era rimasta contraria alla decisione di dare un organo sano a un bevitore incallito, benché deciso a smettere. Per un po’ Best sembra avercela fatta; ma il divorzio dalla moglie Alex è traumatico; George ritorna a frequentare i pub e a scolare litri di birra e di gin; fino alla nuova malattia; questa volta letale. L’ultima foto di George Best è emblematica; in un letto d’ospedale, tenuto in vita solo dai macchinari; che rivolge il suo ultimo sorriso ad una macchinetta fotografica. Il giorno dopo quella foto farà il giro del mondo, con l’ultimo appello del mito ai suoi fans: “ Non morite come me”. Era il 26 novembre del 2005, di lì a poco si sarebbe spenta per sempre l’esistenza della prima icona che il calcio abbia avuto, del primo calciatore “ star”; del primo calciatore capace di influenzare il pensiero del popolo. Di lì a poche ore si sarebbe spento George Best, il più forte giocatore di calcio della storia dell’Inghilterra. I suoi funerali si tennero nel castello di Stormont, vicino Belfast, sua città Natale, il 2 dicembre 2005. Parteciparono 500 mila persone, rendendolo il secondo funerale più grande della storia, dopo quello di LadyD. Questo per far capire chi era George Best per gli inglesi, il simbolo di un’ epoca, il campione amato, l’uomo che li aveva sedotti e abbandonati. Ma con le sue giocate li aveva fatti innamorare e , chi ama una volta, ama per tutta la vita.
"Ragazzi, non morite come me!"


mercoledì 30 ottobre 2013

Garrincha, l'angelo dalle gambe storte.

Garrincha nacque a Pau Grande (Rio de Janeiro), dove la gente venera ancora oggi il suo nome, il 28 ottobre 1933. Settimo figlio di una guardia notturna, subì in tenera età un’operazione alle gambe per guarirlo dalla poliomielite. Tale operazione causò però la malformazione della sua gamba sinistra, più corta rispetto alla destra, ed i dottori che lo seguirono dissero ai suoi genitori che non sarebbe più stato capace di camminare correttamente. Mané fu però in grado di far cambiare idea ai migliori dottori, divenendo la più grande ala destra della storia del calcio. Dopo aver tentato di passare invano le selezioni del Vasco, dell’America e del San Cristoval, finì nel Botafogo, dove venne promosso dal proprio marcatore nel provino sostenuto; il
Pelè-Garrincha: Il Brasile sogna e domina il mondo!
grande Nilton Santos, con il quale dividerà i più grandi successi con la "camisa do Botafogo" e con la Seleção. Col Botafogo disputò 608 gare (segnando 244 gol) e conquistando il titolo carioca nel 1957-1961-1962 e di Rio-Sao Paulo nel 1961, La consacrazione internazionale la ottenne durante le sue apparizioni ai mondiali di calcio del ’58 in Svezia e del ’62 in Cile. Le sue ingannevoli finte ipnotizzavano i difensori avversari (i quali subivano l’appellativo di João dopo essere stati dribblati da Mané), consentendo a lui ed al Brasile di vincere le prime due coppe del mondo nel 1958 e nel 1962. Nella coppa del mondo del 1958 Garrincha partì dalla panchina e fu grazie all’intervento di Nilton Santos e dei principali giocatori brasiliani che chiesero al mister Feola che Garrincha venisse schierato insieme al 17enne Pelé, ed il risultato fu che il Brasile stravinse tutte le partite e si aggiudicò la coppa per la prima volta nella sua storia. In questo mondiale la stella di Garrincha venne oscurata dall’astro nascente Pelé, il quale ottenne maggiori riconoscimenti dalla stampa, ma in campo Garrincha si era dimostrato un costante tormento per i difensori avversari. Ma nel mondiale del ’62 in Cile Pelé subì un infortunio nella seconda partita del girone preliminare e Garrincha si sobbarcò sulle spalle l’intera squadra e le sue magnifiche prestazioni consentirono alla Seleção di ripetere la vittoria di 4 anni prima in Svezia. Mané rischiò di saltare la finale per un’espulsione rimediata nella semifinale contro il Cile, ma la FIFA accertò che Garrincha avrebbe potuto giocare la finale con la Cecoslovacchia nella quale il Brasile si impose per 3-1. Nessuno si contrappose all’apparizione di Garrincha in finale... tranne i cecoslovacchi. In questo mondiale l’uccellino venne nominato miglior giocatore e risultò inoltre capocannoniere con 4 reti. Dal 1963 però la carriera di Garrincha ebbe una svolta negativa. In quest’anno infatti subì un’operazione al ginocchio, causata da un incidente stradale, che ne limitò le prestazioni seguenti. Nel mondiale del 1966 in Inghilterra infatti la Seleção venne eliminata dalla Coppa nel girone preliminare, nel quale Garrincha subì l’unica sconfitta della sua carriera con la maglia auriverde, contro l’Ungheria. Proprio questa partita segnò l’addio di Garrincha dalla Seleção, con la quale disputò complessivamente 50 partite ufficiali, segnando 12 gol tra il 1955 ed il 1966. Dopo questo mondiale Mané giocò con Corinthians, Flamengo, Bangu, Portuguesa Santista, Olaria e fece brevi apparizioni in Francia e in Italia, sino al suo addio al calcio nel 1973. Il suo nome completo era Manuel Francisco dos Santos. Per gli amici ed i compagni di squadra fu Mané. Per il mondo del calcio, Garrincha, che significa "uccellino del paradiso". E così era lui; un pajaro in volo, dribbling imperiali; libero, con le ali, un canto alla fantasia ed all’allegria. La sua figura rappresentò un mito, la stampa dell’epoca lo definì come un calciatore fantastico e impareggiabile; grazie alla sua grande velocità, reti impossibili, assist perfetti , finte eccezionali e cross con la palla, nonostante la sua gamba storta. Scompare il 20 gennaio 1983 a Rio de Janeiro, non ancora cinquantenne, distrutto dall’alcool, dimenticato ed ingrassato in completa miseria.

mercoledì 23 ottobre 2013

Primi calci!

"Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé." 
Palla in rete e via di mitraglia. Gabriel Omar Batistuta!
Io, Giuseppe, ventiduenne, studente universitario al terzo anno di scienze della comunicazione, quest'amore l'ho provato presto, prestissimo. Avevo 5 anni, giocava la Fiorentina e Batistuta buttava la palla dentro ogni maledetta domenica. Mi sono innamorato così del calcio. Guardando Batigol segnare e far sognare una città intera. Poi è arrivato il periodo della ragione. Ho dovuto scegliere una squadra. Ma, per non farmi mancare nulla, ne ho scelte due. L'Inter, che è la squadra di famiglia. E il Benevento, che è la squadra della mia provincia.
Ma non è di me che intendo parlare su questo blog. Intendo parlare dell'epica del calcio, di quei giocatori che di questo sport sono stati leggende. O di giocatori che, anche senza essere leggende, questo sport lo hanno segnato per sempre. Sperando di farvi innamorare di questo sport. E, nel caso già lo siate, spero che ciò che scrivo possa aiutarvi ad amarlo più di quanto già fate!
San Siro: lo stadio della "mia" Inter!
Il Santa Colomba: lo stadio del "Mio" Benevento!