martedì 12 novembre 2013

Tra catastrofe e leggenda: Il grande Torino!

Bagicalupo-Ballarin-Maroso-Martelli-Rigamonti-Castigliano-Menti-Loik-Gabetto-Mazzola-Ossola. Eccola, da recitare come una litania, impressa per sempre nella memoria degli appassionati di calcio; la formazione tipo del “ Grande Torino”. Una squadra bella e brava; amata e ammirata; ancora oggi rimpianta dagli amanti dello sport; che un destino troppo crudele ha spazzato via in un piovoso pomeriggio d’inizio maggio del 1949.
La formazione tipo del Grande Torino prima di una gara di campionato!
Francisco Ferreira era capitano del Benfica e del Portogallo.  Con Valentino Mazzola, capitano e simbolo del Grande Toro, si erano incontrati a Genova a fine febbraio come capitani delle rispettive nazionali. Il lusitano aveva confidato all’amico di volersi ritirare a fine anno e di voler festeggiare la sua carriera con un’ultima partita commemorativa. Mazzola è folgorato dall’iniziativa e promette all’amico di parlarne col presidente del Toro Ferruccio Novo; che acconsente, a patto che i giochi per lo scudetto siano già chiusi. Valentino confida la bella notizia all’amico. La partita viene fissata il 3 maggio, un martedì, al” National Stadium” di Lisbona; col ricavato che sarà devoluto interamente in beneficienza.
 Il sabato precedente il Toro affronta l’Inter: se non perde, ha le mani sullo scudetto. La partita è scialba, il Toro gioca per il pareggio e la partita finisce 0-0; Ferruccio Novo tiene fede al suo patto e comunica alla squadra che il giorno seguente si parte per Lisbona.
Il Torino parte quindi dall’Aeroporto di Milano per Lisbona sul trimotore Fiat G.212. Della rosa rimangono a casa solo il difensore Sauro Tomà, bloccato da un infortunio e il secondo portiere Grandolfi; dal momento che Aldo Ballarin aveva convinto l’allenatore, Lieve Levesley, a portare il fratello Dino, terzo portiere della squadra. Rimangono a casa anche il presidente Novo, per impegni di lavoro; Vittorio Pozzo, che pochi giorni prima aveva litigato con Novo stesso e Nando Martellini; che aveva in programma per quel giorno la cresima del figlio.
Il 3 maggio 1949, di fronte ad una folla di quarantamila persone, il grande Toro gioca la sua ultima partita; vincendo 4 a 3, con Mazzola sugli scudi; in una partita in cui le difese non esistono e l’unico compito dei giocatori era divertire divertendosi.
Le rovine del trimotore fiat che portava i campioni del Toro!
Alle 14:50 del 4 maggio l’I-ELCE decolla da Lisbona con destinazione Aeroporto di Torino. Dove quell’aereo non arriverà mai. Il tempo su Torino è pessimo; alle 16:55 l’Aeroporto di Torino comunica ai piloti la situazione meteorologica del capoluogo piemontese; pioggia, nubi basse e visibilità scarsa. L’ultima comunicazione del pilota si ha alle 16:59; tre minuti prima dello schianto: “Quota 2000 metri. QDM su pino, poi tagliamo su Superga.” Sono le ultime parole; alle 17:02 l’aereo si schianta contro un muro della basilica di Superga alla velocità di 180 km/h; muoiono tutti sul colpo; giocatori, dirigenti, allenatori, equipaggio e tre tra i migliori giornalisti italiani dell’epoca; Renato Casalbore, direttore e fondatore di “ Tuttosport”, Luigi Cavallero, inviato del “ la Stampa” e Renato Tosatti, inviato della “ Gazzetta del Popolo”. La macabra procedura dell’identificazione dei corpi tocca a Vittorio Pozzo, che quei giocatori li ha allenati  in Nazionale.
Nei giorni successivi viene proclamato il lutto nazionale e le bare sono esposte a Palazzo Madama; più di un milione di persone scendono in piazza. Non solo sportivi , non solo italiani; sono presenti le delegazioni di tutti i Paesi più importanti del mondo. Il presidente della Federcalcio, Ottorino Barassi, fa l’appello alla squadra come dovesse scendere in campo: Bagicalupo-Ballarin-Maroso……….
“Capitan Valentino, questa è la quinta coppa, la coppa del Torino, guarda com’è grande, contiene il cuore di tutto il mondo!” Queste le sue parole rivolte alla squadra nell’alzare il cielo il quinto scudetto assegnatole d’ufficio. Era il 6 maggio del 1949 e pioveva, ma la pioggia si confondeva con le lacrime di chi quella squadra l’aveva amata e ammirata.
L'ultimo saluto al "Grande Toro", in piazza Castello a Torino!


 Perché quel Grande Torino non era solo una squadra di calcio, era la voglia di Torino di vivere, di tornare bella e forte; perchè i giocatori del Torino non erano solo dei professionisti o dei divi, erano degli amici!  Degli amici perché, dopo gli anni bui della guerra erano stati, insieme a Coppi e Bartali, i simboli della rinascita italiana nel campo sportivo, perché la gente con le loro imprese e il loro bel gioco ritornava a sognare, perché nessuna squadra vedrà i propri tifosi salire ogni 4 maggio in cima alla collina di Superga per ricordarli ed onorarli; perché nessuna squadra vedrà quindici stati intitolati ai propri giocatori. Ma gli eroi sono immortali negli occhi di chi in essi crede, così il mondo crederà che i ragazzi siano ancora in trasferta; pronti a tornare e a far sognare tutti un'altra volta!

giovedì 7 novembre 2013

George Best. Tra genio e sregolatezza!

                                                                       
“ Matt, penso di aver trovato un genio”. Bob Bishop, osservatore del Manchester United descrive così George Best a Matt Busby, storico manager dei Red Devils.  Bob ci aveva visto giusto, Best era davvero un genio, in campo faceva impazzire tutti, segnava goal impossibili, faceva dribbling impensabili. Il suo guaio era l’essere  fedele al luogo comune del “ genio e sregolatezza”; fuori dal campo era davvero ingestibile.
Prima di parlare delle sue imprese all’ Old Trafford, è giusto soffermarsi su cosa sia stato Best per la sua generazione; per la generazione del ’68, la generazione rivoluzionaria per antonomasia. Cognome da predestinato, sguardo fiero,  capelli lunghi, barba incolta; nell’Inghilterra puritana diventa immediatamente il simbolo dell’anticonformismo. Quell’anticonformismo che lo contraddistingue anche sul terreno di gioco. Best non è solo il fuoriclasse della squadra, non è solo l’uomo dei dribbling ubriacanti e dei goal impossibili; è anche il gregario della squadra; mai una gamba tolta in un contrasto, tanta corsa e sacrificio; due giocatori in uno, cosa volere di più?
Capelli lunghi,barba incolta, sguardo fiero. George (was the) Best!
La sua carriera inizia presto, a 16 anni, esordio in campionato contro il West Bromwich Albion, e si chiude a  soli 31 anni; anche se dai 27 anni in poi George Best non sarà più quello di prima; colpa della sua vita sregolata. Come canta Vasco Rossi; “ una vita spericolata”.  In pochi anni, Best diventa una vera e propria leggenda in terra d’Albione, alla stregua di Cassius Clay nella boxe. Questa fama gli dà alla testa, inizia ad assumere atteggiamenti da star e piano piano cade nella spirale dell’alcool.  Si narra che ogni sera lo si poteva trovare in qualche pub della città con una pinta in mano, le braccia a cingere la vita di belle donne e le chiavi di un auto di lusso in tasca. Viene soprannominato il “ quinto Beatle”; sia per il fascino che per la fama; in breve tempo Best inizia ad anteporre la “ bella vita” alla vita da professionista e in campo se ne vedono i risultati; le magie che avevano incantato tutta Europa scompaiono; il bel ragazzo che faceva ammattire tutti i difensori lascia il posto ad un uomo alle prese con una dipendenza totale dall’alcool. La carriera di Best finisce. Col tempo il suo fegato non regge più e Best viene sempre più spesso ricoverato; fino al 2002, quando il fegato gli viene trapiantato, tra mille polemiche. Se i suoi ammiratori avevano cantato vittoria, una fetta del Paese era rimasta contraria alla decisione di dare un organo sano a un bevitore incallito, benché deciso a smettere. Per un po’ Best sembra avercela fatta; ma il divorzio dalla moglie Alex è traumatico; George ritorna a frequentare i pub e a scolare litri di birra e di gin; fino alla nuova malattia; questa volta letale. L’ultima foto di George Best è emblematica; in un letto d’ospedale, tenuto in vita solo dai macchinari; che rivolge il suo ultimo sorriso ad una macchinetta fotografica. Il giorno dopo quella foto farà il giro del mondo, con l’ultimo appello del mito ai suoi fans: “ Non morite come me”. Era il 26 novembre del 2005, di lì a poco si sarebbe spenta per sempre l’esistenza della prima icona che il calcio abbia avuto, del primo calciatore “ star”; del primo calciatore capace di influenzare il pensiero del popolo. Di lì a poche ore si sarebbe spento George Best, il più forte giocatore di calcio della storia dell’Inghilterra. I suoi funerali si tennero nel castello di Stormont, vicino Belfast, sua città Natale, il 2 dicembre 2005. Parteciparono 500 mila persone, rendendolo il secondo funerale più grande della storia, dopo quello di LadyD. Questo per far capire chi era George Best per gli inglesi, il simbolo di un’ epoca, il campione amato, l’uomo che li aveva sedotti e abbandonati. Ma con le sue giocate li aveva fatti innamorare e , chi ama una volta, ama per tutta la vita.
"Ragazzi, non morite come me!"